Geopolitica

Impero ed Imperialismo

impero

di Giovanni Balducci

Secondo la scienza politica, l’impero risulta una costruzione politica di complessa definizione. Il  “più grande corpo politico conosciuto dall’uomo”. Nel XXI secolo, l’unico Impero rimasto al mondo è l’Impero giapponese, che si presenta come una moderna monarchia parlamentare. Infatti, l’Imperatore del Giappone ha principalmente doveri cerimoniali e non detiene un vero potere politico. Mentre Philippe Richardot, nel suo Les grands Empires. Histoire et géopolitique, evidenzia come il Brasile, il Canada, l’Unione indiana, gli Stati Uniti d’America, e la Russia, pur essendo sistemi politici che si estendono su ampie superfici, non sono classificabili come imperi.

L’ipertrofia territoriale, infatti, non è conditio sine qua non dell’Impero. Ciò che contraddistingue l’impero rispetto ad altre costruzioni geopolitiche, è essenzialmente la sua funzione equilibratrice esercitata nello spazio che lo delimita, con l’obiettivo di regolare i rapporti tra le nazioni, i popoli e le etnie che lo costituiscono, in modo da salvaguardare e proteggerne le singole caratteristiche. Altro elemento che contraddistingue l’impero è la sua visione spirituale: ogni costruzione imperiale, infatti, esprime un’unità spirituale facente riferimento ad un unico sistema valoriale. Il pensatore tradizionalista Julius Evola, avrà a sostenere che: «È assolutamente un errore che l’imperio si possa costruire sulla base dì fattori economici, militareschi, industriali e anche “ideali”. L’lmperium, come secondo la concezione iranica e romana, è qualcosa di trascendente, e lo realizza soltanto chi abbia la potenza di trascendere la piccola vita dei piccoli uomini, con i loro appetiti, con i loro gretti orgogli nazionali, con i loro “valori” “non valori” e Dei».

Secondo una visione tradizionale, imprescindibile dall’idea di Impero è la figura del chakravarti, il “monarca universale”. Chakravarti è una parola sanscrita che letteralmente significa “colui per il quale la ruota della legge gira”. In India con questo termine si indicava un sovrano che ambiva ad un regno universale. L’epiteto di chakravarti si trova per la prima volta attribuito al re maurya Ashoka, che nel III sec. a.C. conquistò gran parte della penisola indiana. Ashoka  fu noto per essersi convertito al Buddhismo e averne sostenuto la diffusione. Proverbiale è il carattere pio dei suoi editti cui affidò la sua missione sia legislatrice che moralizzatrice dei popoli sottomessi.

Sebbene Ashoka divenne un fervente sostenitore del Buddhismo, il suo manifesto sostegno a tale fede non si tradusse mai in una politica discriminatoria nei confronti delle altre religioni. L’editto forse più avanzato, inerente la tolleranza religiosa, è il dodicesimo, che recita: «Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo».  Le leggi introdotte da Ashoka  rappresentarono una vera rivoluzione culturale in tutti gli ambiti della vita pubblica: fu proibita la caccia, si favorì il vegetarismo, si ridusse la gravità delle pene, furono costruiti ospedali per uomini e animali, università, sistemi di irrigazione, e nuove strade.

Altro imperatore ad essere insignito del titolo di chakravarti fu Menandro I Soter, “il Salvatore” (155-130 a.C.) sovrano del Regno indo-greco nel nord dell’India e nel Pakistan tra il 165 a.C. e il 130 a.C. Di lui si narra che fu tra i primi occidentali a convertirsi al Buddhismo; ciò è testimoniato dal ritrovamento di alcune monete indo-greche dell’epoca di Menanadro I sulle quali è presente il simbolo buddista della ruota a otto raggi.

Infatti, i simboli del chakravarti sono, secondo la tradizione indù, i sapta ratna, letteralmente i ‘sette gioielli’, essi sono: la ruota, l’elefante, il cavallo, il gioiello dei desideri, la regina perfetta, il primo ministro, e il generale sempre vittorioso. Un altro simbolo connesso alla figura del chakravarti è lo swastika. L’origine di tale simbolo è da rintracciarsi nel periodo post-iperboreo, quando un’immane catastrofe si abbatte’ sulla Terra causando lo spostamento dell’asse terrestre; i poli si invertirono e, secondola tradizione indù,  l’ Eta’ dell’ Oro, il Satya Yuga ebbe termine. Il simbolismo dello swastika è duplice, esso ha sia un significato “solare”, infatti alcune interpretazioni affermano che le sue quattro braccia simboleggino le quattro stagioni: Primavera, Estate, Autunno, Inverno. Sia un significato “polare”, connesso ad un movimento di rotazione compientesi intorno ad un centro, l’ Axis Mundi,  il “Polo”, l’ “invariabile mezzo”, rappresentato sulla Terra dal Re del Mondo, Signore di Pace e Giustizia, il quale agisce senza agire, immobile nel centro di un immenso swastika come Shiva nella sua danza cosmica.

Una forte analogia sussiste fra la concezione del chakravarti e l’idea imperiale di Dante, come espressa nel De Monarchia. Dante, infatti, attendeva l’arrivo dell’”Alto Arrigo”, il quale come il chakravarti orientale avrebbe congiunto in sè il potere temporale e  l’autorità spirituale, restaurando o raddrizzando il corso del ciclo cosmico. Ma l’idea imperiale dantesca, fu già di Roma antica; del resto il termine “imperatore” deriva dal latino “imperator”,  ed anche l’imperatore romano, era insignito della carica di Pontifex Maximus, e in quanto tale esercitava il supremo ruolo di governo sul culto religioso. Ma l’idea di un sovrano universale, in genere,  fu comune a tutte le civiltà tradizionali.

Al giorno d’oggi, la parola «Impero» e i suoi  derivati sono nella maggior parte dei casi pronunciate con accezione negativa, ciò a causa di una determinata storiografia di matrice democratica e di una certa confusione fra la definizione classica di “Impero” e quella tutta moderna di “Imperialismo”, con cui si intende l’egemonia su altri paesi (generalmente del secondo o del terzo mondo) da parte di alcuni stati occidentali, al fine di sfruttarli dal punto di vista economico.

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