Cultura

René Guénon profeta antimoderno tra Oriente e Occidente

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di Giovanni Balducci

René Guénon, francese, nato a Blois il 15 novembre 1886 è una di quelle figure di intellettuale che a distanza di anni resta di una modernità sorprendente. Strano, per uno che ebbe a definirsi per tutta la vita fiero antimoderno. Ma forse è proprio in questa sua antimodernità che consta la sua profonda attualità.

Dopo aver trascorso la giovinezza nella natia Blois, dove frequenta un’istituto d’istruzione cattolico, nel 1904 si trasferisce a Parigi per seguire un corso di matematica superiore, ma interrompe ben presto gli studi, iscrivendosi ai corsi della “Scuola superiore libera di scienze ermetiche” diretta dal medico ed esoterista Gérard Encausse, meglio noto come Papus, che in seguito  lo inizierà all’Ordine martinista (ordine al quale pare fosse affiliato anche Gabriele D’Annunzio).
Dal 1909 al 1912 pubblica i suoi primi articoli per la rivista “La Gnose”. Dopo il matrimonio con l’amica e collega istitutrice Berthe Loury abbraccia il sufismo assumendo il nome di ‘Abd al-Wahîd Yahia (“Giovanni Servo del Dio Unico”). Nel 1913 inizia una proficua collaborazione con la rivista cattolica “La France Antimaçonnique”, firmandosi con lo pseudonimo La Sfinge. Due anni dopo ottiene la laurea in lettere e nel 1916 il diploma di studi superiori in filosofia, materia che insegnerà prima in Francia, poi in Algeria, sino al 1919, quando decide di abbandonare l’insegnamento per dedicarsi ai suoi studi sulle dottrine realizzative d’Oriente e d’Occidente.
Dal 1924 al 1927 collabora alla rivista cattolica “Regnabit”, dando alle stampe nel frattempo molti libri tra cui: “L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta”, opera che più d’ogni altra mostra l’ossatura fondamentale del suo pensiero. In essa espone con la massima precisione la suprema visione tradizionale del Vêdânta, apice di tutta la letteratura vedica, d’origine non umana (apauruṣeya), soffermandosi soprattutto sulla composizione fondamentale dell’uomo, del mondo e della realtà extra-cosmica, ed indicando come essenza profonda di tutto l’Atma, lo Spirito Universale: diretta emanazione di Brahma (l’architetto dell’universo), che vive nel mondo e nel cuore dell’uomo, e che secondo una definizione del Chāndogya Upaniṣad, che ricorda molto da vicino la parabola evangelica del granello di senape: «è più piccolo di un chicco di riso, più piccolo di un chicco d’orzo, più piccolo di un chicco di senape, più piccolo del germe racchiuso in un chicco di miglio» ma che: «è anche più grande della terra, più grande dell’atmosfera, più grande del cielo, più grande di tutti questi mondi messi insieme».
Veemente sarà la critica portata avanti da Guénon alla Società Teosofica di Helena Blavatsky; critica che si concretizza nell’opera ” Il Teosofismo, storia di una pseudoreligione” edita nel 1921, cui farà seguito nel 1923 “L’errore dello spiritismo”, in cui l’esoterista francese confuta energicamente quelle teorie che definirà in modo generale come “neospiritualismo”, ed in particolare quella mania per pendoli e tavolini traballanti diffusasi soprattutto in Inghilterra e nota col nome di spiritismo. La critica guénoniana verrà ripresa da Julius Evola – che con Guènon intrattenne una fitta corrispondenza e ne introdusse l’opera in Italia –  nel saggio “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” del 1932.
Nel 1927 vede la luce “La crisi del mondo moderno”, spietata analisi della decadenza della civilta’ occidentale. Civiltà che, come evidenzia Guénon, avendo messo in discussione già da tempo quei principi fondamentali che avrebbero dovuto rappresentare la spina dorsale dell’esistenza umana, per questo ormai da tempo vive in quella crisi valoriale che Nietzsche denominò in modo eloquente come “morte di Dio”. È vero, già Oswald Spengler aveva parlato di “tramonto dell’Occidente” e di “crisi dello spirito europeo”; di ciò si occuperanno anche Ortega y Gasset, Huizinga, Keyserling, e molti altri autori; ma la peculiarità del punto di vista guénoniano consiste nel fatto che esso non parte da un presupposto meramente filosofico, bensì metafisico. La “crisi del mondo moderno” in Guénon, infatti, viene anzitutto inquadrata in una vasta prospettiva storica, in relazione a quella “età oscura”, corrispondente al Kaly Yuga preconizzato dai Veda, intesa come fase terminale di un ciclo. Per questo i principali aspetti che hanno portato l’Occidente a vivere la crisi profonda in cui versa vengono magistralmente analizzati non solo da un punto di vista meramente sociale, ma anche da quelli attinenti la concezione generale della vita e della conoscenza. Interessante è la riflessione, presente nell’introduzione dell’opera, sul termine “crisi”, oggi quanto mai in voga: «Se dunque si dice che il mondo moderno subisce una crisi – afferma Guénon- ciò che così si vuole abitualmente esprimere è che esso è giunto ad un punto critico, o, in altri termini, che a breve scadenza, volendolo o no, in un modo più o meno brusco, con o senza una catastrofe, dovrà inevitabilmente sopravvivere un mutamento di orientazione».
Sempre nel 1927 esce il saggio dall’enigmatico titolo “Il Re del Mondo”, incentrato sulla figura di un Re saggio e illuminato che vivrebbe nascosto al mondo (un po’ come vorrebbe fare il Papa), col suo popolo di ahrat (uomini illuminati), in un’enclave sotterranea: la mitica Agartha, la città inespugnabile, di cui si racconta che anche Hitler cercò, in vano, di scoprire gli accessi segreti per entrare in contatto con i discendenti degli Arya. In questo saggio Guénon si sofferma su due scritti precedenti: “Mission de l’Inde” di Saint-Yves d’Alveydre e “Bestie, uomini e dei” di Ferdinand Ossendowski, ma solo per muovere i primi passi di un racconto che si dipana attraverso le epoche e le più disparate civiltà d’Occidente e d’Oriente, nel tentativo di ricondurre miti e religioni ad una comune tradizione primordiale, il cui custode sarebbe appunto il cosiddetto Re del Mondo (Chakravarti), che come narra Ossendowski in un passo di “Bestie, uomini e dei”: «nel suo palazzo sotterra prega e scruta i destini di tutti i popoli e di tutte le razze».
Dopo la morte della moglie avvenuta due anni prima, nel 1930 Guénon si trasferisce definitivamente al Cairo. Qui pubblica nel 1931 “Il simbolismo della Croce”, opera in cui seguendo i criteri della “scienza sacra”, esamina uno fra i più antichi simboli dell’umanità: quella Croce che oltre ad essere l’emblema della religione più diffusa dell’orbe terracqueo, racchiude, secondo l’insegnamento esoterico, la totalità degli stati dell’essere, ordinati armonicamente secondo i due sensi orizzontale e verticale, dell’«ampiezza» e dell’«esaltazione». Nel 1932 è la volta de “Gli stati molteplici dell’Essere”, opera in cui Guénon delinea con chiarezza e precisione la sua visione dei vari livelli di realtà compresi nella totalità dell’essere, cui corrispondono vari “stati”,  fra i quali lo “stato” umano, definito come «uno stato della manifestazione accanto a tanti altri», e che al pari di tutti gli altri è idoneo a conseguire la “conoscenza totale”, in quanto il “conoscere” e l’“essere” – spiega Guénon –  «sono le due facce di una medesima realtà». Lezione questa che l’Occidente con il suo modello unico di conoscenza sempre «teorica e rappresentativa», sembra aver purtroppo dimenticato.
Nel 1934 Guénon sposa in seconde nozze Fatimâ, figlia dello Sheykh Muhammad Ibrahim, dalla quale avrà quattro figli di cui uno postumo. Tra il 1945 e il 1946 pubblica “Il Regno della quantità e i segni dei tempi”, “I principî del calcolo infinitesimale”, “Considerazioni sull’iniziazione” e “La Grande Triade”. Di grande rilievo sono, altresì , gli studi dedicati da Guénon alla scoperta del simbolismo esoterico dell’opera dantesca, resi noti nel celebre saggio “L’esoterismo di Dante”.
Morirà il 7 gennaio 1951, in quella nazione che aveva prescelto come sua ultima dimora, l’Egitto, la terra delle piramidi: terra di arcani misteri e di ieratica sapienza, terra di bazar e minareti, terra di conquista occidentale, da parte di Napoleone prima e di archeologi e tombaroli in seguito, e perciò terra di mezzo fra modernità e tradizione, tra sacro e profano, meravigliosamente protesa tra Oriente ed Occidente, come del resto fu anche l’intera esistenza terrena di René Guénon/‘Abd al-Wahîd Yahia .
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