Cultura

Pianeti nell’astrologia e divinità greche

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di  Giovanni Balducci

Furono i babilonesi – circa 3500 anni prima di Cristo-  i primi a fondare una vera e propria religione cosmica basata sulla scienza degli astri, capace di relazionare l’agire umano con le divinità astrali, in un insieme armonico ed ordinato. Proprio in questo contesto nacque l’astrologia: ritenuta scienza e religione al tempo stesso. Il suo studio, infatti, era appannaggio dei sacerdoti, i quali attraverso l’osservazione della volta celeste cercavano di interpretare l’universo come un Tutto governato da leggi sempiterne  – in cui era inserito anche l’uomo – ritenuto un “microcosmo”,  in quanto riflesso di quel “macrocosmo”  fatto di sfere in movimento, fulgidi astri e costellazioni, che parevano circoscrivere il suo destino.

Saranno gli stessi babilonesi ad assegnare ai pianeti i nomi delle divinità, e a trasmettere  tale usanza ai greci. Questi ultimi associarono i pianeti agli dèi, rapportando i tratti distintivi delle divinità olimpiche alle caratteristiche degli astri. Ecco che al pianeta che si muove più velocemente viene attribuito il nome del messaggero degli dèi: Hermes/ Mercurio, il fanciullo dai veloci sandali alati; al pianeta più lucente il nome di Afrodite/Venere, dea della bellezza; al pianeta rosso, quello del truculento Ares/Marte, signore della guerra; al pianeta più ieraticamente compassato, il nome del possente padre degli dèi, Zeus/Giove;  all’ultimo dei pianeti visibili ad occhio nudo, quello del dio del tempo e dei cicli naturali Cronos/Saturno, re della lontana Età dell’Oro. Non solo, i greci assimilarono le costellazioni a fatti e personaggi della mitologia, trasmettendo tale tradizione ai Romani, che la passarono ai moderni, tant’è che ancor oggi l’astronomia denomina i pianeti e i corpi celesti con nomi desunti dalla mitologia classica. Urano e Nettuno –  ad esempio –  scoperti solamente in età moderna, furono così battezzati dalla comunità scientifica internazionale proprio in ossequio all’antica tradizione.

Gli inizi dell’astrologia in Grecia sono piuttosto oscuri. Una nota tradizione vuole che tale scienza si sia diffusa nell’Ellade  a partire dal III° sec. a.C. con l’arrivo sull’isola di Cos di un rifugiato babilonese, tale Beroso, che ivi aprì una scuola. Ma già nell’Iliade di Omero, – specie nella sua struttura – è possibile rilevare un arrangiamento astrologico indiscutibile. Inoltre, un racconto tradizionale molto diffuso tra gli autori greci antichi attribuiva l’introduzione dell’astrologia in Grecia ad un misterioso personaggio di nome Cadmo, nome che, curiosamente, non può non richiamare alla mente di chi sia addentro alle questioni esoteriche, quello dell’Adam Kadmon della Kabbala, l’Adamo paradigmatico creato da Dio prima della caduta. Discendente di Cadmo fu ritenuto essere  il filosofo Talete, che fu il primo greco a predire un’eclissi di Sole, e a cui si deve la messa a punto della teoria dei quattro Elementi. Quattro Elementi: terra, aria, acqua e fuoco, in cui sono tradizionalmente raggruppati i segni zodiacali.

Grande importanza fu accordata all’astrologia nel pitagorismo, del resto proprio a Pitagora è attribuita l’iscrizione del dodecaedro (ossia dello zodiaco) nella sfera celeste, cosa che, nel Timeo di Platone, serve da schema al Demiurgo per modellare l’intero cosmo. Non a caso nelle sue “Note di un occultista” Gabriel Trarieux d’Edmont  avrà a scrivere: «Nego che si possa comprendere il Timeo se non si conosce l’occultismo. È una descrizione dello zodiaco». Lo zodiaco, altresì,  con le sue costellazioni ben rappresentava la concezione ciclica del tempo dei popoli antichi, di cui si ha menzione – ad esempio – nella dottrina delle quattro età di Esiodo. Ciò li condusse ad un’osservazione scrupolosa del cielo stellato da cui trassero non solo la conoscenza dei ritmi planetari ma anche presagi e regole di comportamento; nacque così un sistema di corrispondenza di segni tra microcosmo e macrocosmo che rendeva comprensibile la realtà terrestre alla luce dei prototipi celesti: «Come in alto così in basso»  affermava il “tre volte grande” Ermete, leggendario maestro di astrologia ed alchimia.

 Del resto,  secondo gli antichi Greci il Sole, la Luna e gli astri erano esseri viventi, strettamente connessi con la vita terrena. Ciò – va detto – non fu credenza solo del popolo minuto,  ma anche dei dotti: Pitagora – ad esempio –  ritiene  i corpi celesti “divini”, e nel contempo simili all’anima dell’uomo; inoltre,  per il filosofo di Samo, il Sole, la Luna e i pianeti produrrebbero –  a causa dei loro movimenti di rotazione e rivoluzione –  un suono continuo, impercettibile dall’orecchio umano, e tutti insieme creerebbero un’armonia ( la c.d. “armonia delle sfere”), che influenzerebbe la vita dei terrestri. Mentre per Platone, gli astri sono l’identificazione di “dèi visibili”. Non meno devotamente, Aristotele, difenderà nella sua metafisica, il “dogma della divinità degli astri”, riconoscendo come nella “Causa Prima”, anche in essi il principio del movimento e pertanto divinità.

 

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